Ho scoperto “Unbreakable Kimmy Schmidt”: una sitcom meravigliosamente comica

Non so perché sono arrivato così in ritardo, ma ho finalmente dato una chance a “Unbreakable Kimmy Schmidt”, serie Netflix, scritta e ideata da Robert Carlock e Tina Fey.

Quella che, per molti, è stata la miglior serie comedy del 2015 (siamo, infatti, già arrivati alla quarta stagione), è stata davvero una ventata di freschezza nelle mie giornate da serial addicted.

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Per chi non la conoscesse, “Unbreakable Kimmy Schmidt” è una sitcom statunitense, appartenente al catalogo Netflix, che tratta le vicende di una stravagante protagonista, Kimmy (Ellie Kemper) per l’appunto, alle prese con una nuova vita a New York, dopo i quindici anni trascorsi all’interno di un bunker insieme ad altre tre donne e a un fantasioso predicatore, che ha segregato le stesse per “proteggerle da una surreale apocalisse” che solo lui aveva predetto.

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Ho letto la biografia di Freddie Mercury di Peter Freestone: quanto mistero attorno alla figura del frontman dei Queen

Diciamocelo chiaramente, sono stato contagiato, a mia volta, dalla “queen-mania” sviluppatasi a seguito dell’uscita di Bohemian Rhapsody, il film campione di incassi e vincitore del Golden Globe per la migliore pellicola.

Tra i regali ricevuti questo natale, infatti, ho avuto il libro di Peter Freestone “Freddie Mercury: Una Biografia Intima”, una biografia che, però, di intimo aveva solo l’aggettivo nel titolo.

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Nella foto l’artista è ritratto insieme all’autore della biografia.

Prima di parlare della lettura, occorrono, però, alcune premesse, per capire un po’ cosa potevamo aspettarci dal libro e chi è questo fantomatico Freestone che ha provato a parlare di una grossa fetta della vita e della carriera di Mercury.

Partiamo col dire che, girovagando per il web, ci si rende conto che trovare una biografia attendibile sul frontman dei Queen è, a dir poco, impossibile. La sua figura iconica è stata per decenni al centro di gossip, con giornalisti pronti a tutto per scoprire di più sulla sua vita privata (su cui è regnato un riserbo quasi tombale, malgrado alcuni amici del cantante si siano poi trasformati in delatori pur di avere un bell’assegno da parte dei media). In Italia, oltretutto, solo pochissime biografie sono state tradotte e sono, tutt’ora, in distribuzione (la maggior parte dei libri, semmai, è dedicata ai Queen come band).

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La prima stagione di The Good Doctor: una serie che mi ha convinto

Ultimamente sono stato alla ricerca di nuove serie TV e programmi per ampliare i miei orizzonti. Ho deciso, allora, di provare a vedere la serie ABC (che, in Italia, è stata trasmessa sui canali RAI giusto qualche mese fa). 

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Ero curioso di vedere lo show – che è un adattamento di una serie sudcoreana – specialmente perché sono stranamente attratto dai “medical drama” (sebbene abbia il terrore del sangue e di annessi e connessi). E, devo dire, al termine della visione della prima stagione, di non essere rimasto affatto deluso. Anzi, posso spendere solo parole positive per quello che si è rivelato uno show godibile, leggero e ben costruito.

Per chi non conoscesse la serie, il suo “concept” ruota attorno alla figura di uno specializzando autistico, chiamato a confrontarsi con le sfide e con la competizione che inevitabilmente si affronta all’avvio della carriera medica in un importante ospedale. Sfide che il protagonista, Shaun Murphy (Freddie Highmore) affronta quasi con incoscenza, dando fondo a tutte le sue peculiarità (tra cui un’intuizione formidabile e la sviluppatissima memoria).

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Ho visto la prima stagione di “The Man In the High Castle” e non mi è piaciuta: parliamone insieme

Dietro suggerimento di amici e parenti, ho iniziato a vedere una nuova serie. Sto parlando di “The Man in the High Castle”, show prodotto da Amazon Studios, anch’esso – come accade spesso ultimamente – una trasposizione di un’opera letteraria (si tratta di un romanzo di Philip K. Dick).

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La serie, giunta alla sua terza stagione (ha debuttato nel 2015), tratta delle vicende di un’America molto diversa da quella che conosciamo. Siamo negli anni ’60 del secolo scorso e gli Stati Uniti sono divisi fra stati nazisti, stati del pacifico (sotto il controllo nipponico) e la cosiddetta “zona neutrale”. Le vicende dello show, infatti, descrivono il mondo per come sarebbe se la Germania avesse vinto il conflitto mondiale.

La serie ha avuto un grande successo di critica ed è stata, ovviamente, sostenuta anche dal pubblico, visto che è già stata più volte rinnovata. Tuttavia, devo ammetterlo, per quanto impopolare possa essere la mia opinione, non ho amato questa serie, anzi mi spingo a dire di esserne rimasto annoiato.

Probabilmente si tratta di una mera questione di genere e gusti, ma trovo che, comunque, a fronte degli aspetti positivi della serie vi siano almeno altrettanti punti deboli.

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La Befana Vien di Notte: un esperimento (abbastanza) riuscito

Quest’ultimo sabato ho fatto l’ennesima capatina, degli ultimi tempi, al cinema. Devo essere sincero, eran poche le pellicole che mi ispiravano e, alla fine, ho optato per la commedia diretta da Michele Soavi, con protagonista Paola Cortellesi.

Ci sono molte cose da dire in merito a questo film italiano per certi versi sorprendente.

Partiamo con l’analizzare il genere cinematografico. Prima ho parlato, in modo piuttosto generico, di “commedia” e penso che tecnicamente siamo dinanzi a una commedia, ma, per essere più specifici, va detto che “La Befana Vien di Notte” è una fiaba natalizia, diretta specialmente a un pubblico di giovani (malgrado la sala in cui mi trovavo fosse gremita per lo più di adulti).

Una fiaba natalizia piuttosto standard, molto simile a tanti di quei film che popolano il palinsesto pomeridiano dei periodi festivi. Avevamo una protagonista, per l’appunto, la Befana, aiutata da un gruppo di ragazzini, e un antagonista, tale Mr. Johnny (Stefano Fresi), che voleva sostituire la Befana, alla quale rinfacciava lo sfaldamento della propria famiglia.

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BIRD BOX: Recensione dell’ultimo fenomeno Netflix

Da giorni ormai non si parla d’altro che di questo film, che è, a sua volta, la trasposizione di un romanzo di Josh Malerman. Facebook e gli altri social sono letteralmente invasi dalle inserzioni pubblicitarie di questo film che ha battuto ogni record su Netflix.

Stiamo parlando di una pellicola di Susanne Mier con protagonista Sandra Bullock, nei panni di Malorie Hayes, una sopravvissuta a un disastro di cui fatichiamo bene a leggere i contorni in un’America post-apocalittica.

La storia al centro di questo film, distribuito prevalentemente su piattaforma digitale (Netflix, per l’appunto), vede il mondo sconvolto da una minaccia indefinita, da un “qualcosa” (non mi sovvengono termini migliori) che spinge la maggior parte delle persone a suicidarsi. Non capiamo bene, durante la visione, se questa minaccia sia rappresentata da una creatura concreta o da qualcosa ancora più astratto. Il fatto poi che i malati di mente non vengano spinti al suicidio, ma anzi trovino meraviglioso ciò che le creature fanno loro vedere, mi porta a pensare che l’intero film potrebbe essere riletto in chiave metaforica.

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Madame Bovary: l’eroica pulsione all’auto-annientamento

Buongiorno lettori, oggi proviamo a parlare della mia ultima (e faticosa) lettura. Come si intuisce bene dal titolo, nelle ultime settimane mi sono cimentato nel capolavoro di Gustave Flaubert, Madame Bovary, un classico senza tempo capace di creare un personaggio entrato nell’immaginario collettivo di migliaia di scrittori e di lettori.

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Prima di passare all’analisi del romanzo, cerchiamo di riassumere, in breve, la trama del romanzo, per i pochi che non la conoscessero. La storia al centro dell’opera riguarda la vita di Emma, giovane e avvenente campagnola, con la passione per i romanzi sentimentali, andata in sposa a un medico senza troppe pretese e ambizioni, Charles Bovary. Emma, dopo una passione breve e piena di sogni, si rende conto di come la vita coniugale non la appaghi, attribuendo la colpa della sua noia alla figura del marito, troppo mite e troppo lontano dagli eroi che aveva conosciuto nella letteratura. Via via che passa il tempo, Emma si convince sempre di più di “meritare” un amore travolgente, e questo la porta a instaurare una relazione con uno scapolo di nome Rodolphe, per il quale, tuttavia, lei è poco più di uno sfizio per il suo ego. E, al termine della relazione con Rodolphe, per il quale Emma diventa troppo impegnativa, Emma instaura un nuovo legame sentimentale, stavolta con un giovane di nome Leòn. Queste storie extraconiugali finiscono per costringerla in un circolo di menzogne e di debiti, che, poi, la portano alla decisione del suicidio.

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